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giovedì 26 dicembre 2019

Mercoledì, 25 Dicembre 2019

È che, quando passi per quelle strade, lo stato d’animo si adegua ai colori stinti e agli intonaci scrostati e lo sguardo indifferente di uno che incroci si fa inquisitore. Ma in realtà non è così: qui la gente pensa ai casi propri esattamente come altrove e una donna seduta davanti a una finestra a rammendare calzini non è necessariamente una puttana. E un bimbo che gioca a palla in uno dei pochi cortili interni non ancora trasformati in parcheggio non è un orfano sulla strada del vizio.
Da "Delitti senza castigo" di Loriano Macchiavelli, Ed. Einaudi
Venerdì, 10 Giugno 2011

Lambert aveva guidato fischiettando, per tirarsi e tirargli su il morale. Anche la primavera ne aveva approfittato per scomparire. Il cielo pesava come una tazza del cesso al contrario, pieno di nuvole nere pronte a cascar loro addosso.

...

– Di vino ce n’è, e io non ho nient'altro da fare che stare qui ad ascoltarti.

Da "Sezione suicidi" di Antonin Varenne, Ed. Einaudi
Mercoledì, 16 Febbraio 2011

E poi fu sera. I piatti erano stati lavati, il burro aveva avuto l'acqua e il cibo. Era ora di andare a dormire. Manuel s'inginocchiò davanti alla statuina di Nostra Signora di Guadalupe e recitò le preghiere. In piedi sulla porta, Juan si arrotolò una sigaretta e la leccò per bene. Le mani gli tremavano così forte che a stento riuscì a portarsela alla bocca. Intanto sentiva Manuel che dolcemente parlava alla Madonna.
– Proteggi mio padre. Dàgli buona salute, e tienilo lontano dalla tequila. Amen.
Poi Manuel si coricò. Juan prese la lanterna e ci soffiò sopra.
– Padre...
– Dormi adesso.
– Vuol dire che guadagnerete di meno?
– Un pochino, ma basteranno.
– Con El Valiente, io potrei andare a vendere legname come Fermìn. Un peso per ogni carico.
– Tu non farai il venditore di legname, – disse brusco Juan, facendosi più nervoso. – Lascia che sia io a preoccuparmi dei pesos. Tu sta' tranquillo e dormi.
Un sorriso pacifico si disegnò sul viso del ragazzo. Chiuse gli occhi e cedette al sonno. Juan lanciò la sigaretta fuori dalla finestra e si avvicinò al letto per ascoltare il respiro profondo e quieto di Manuel. Preso quasi da una frenesia, si diresse poi nell'angolo dove stava la statua della Madonna sul suo piedistallo. La sollevò e dal cavo interno della statua estrasse una bottiglia. Quindi rimise tutto a posto. Stappata la bottiglia, se la infilò in bocca e prese una lunga sorsata di liquore. Subito fu calmo e non gli tremarono più le mani.

Da "Bravo, burro!" di John Fante e Rudolph Borchert, Ed. Einaudi
Sabato, 25 Dicembre 2010

Osservavo dal finestrino della Bmw il muro dello zoo ricoperto di manifesti elettorali bagnati. Più in alto, dentro la voliera dei rapaci, un avvoltoio se ne stava su un ramo secco. Sembrava una vecchia vestita a lutto che dormiva sotto la pioggia.
Da "Io e te" di Niccolò Ammaniti, Ed. Einaudi
Domenica, 09 Maggio 2010

Si comincia con le scarpe e non si sa mai dove si va a finire.
...
Louis capì che avevano appena suggellato un patto di ferro, perché nulla unisce quanto il trovarsi d'accordo sulla stupidità di un terzo.
...
All'albergo della Vecchia Lanterna, a Nevers, non servivano la colazione dopo le dieci. Louis era abituato a questo tipo di punizione, poiché apparteneva alla schiera di gente sospetta che si alza dopo l'ora legale, tra le undici e mezzogiorno, all'ora degli sballati, dei nottambuli, dei proscritti, dei colpevoli, dei poltroni, degli scapoli, dei malrasati e degli immorali.

Da "Io sono il tenebroso" di Fred Vargas, Ed. Einaudi
Lunedì, 23 Novembre 2009

Bocchi sbadigliò. Poi gli prese la mano. – Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n'è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? – Indicò la massa che applaudiva Chiatti. – Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile.

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Sí, l'imprevedibile chef bulgaro adorava la fame e odiava l'appetito. L'appetito era l'espressione di un mondo satollo e soddisfatto, pronto alla resa. Un popolo che assapora invece di mangiare, che stuzzica invece di sfamarsi, è già morto e non lo sa. La fame è sinonimo di vita. Senza fame l'essere umano è solo una parvenza di se stesso e di conseguenza si annoia e comincia a filosofeggiare. E Zóltan Patrovič odiava la filosofia. Soprattutto quella applicata alla cucina. Rimpiangeva la guerra, le carestie, la povertà. Presto avrebbe venduto baracca e burattini e si sarebbe trasferito in Etiopia.

Da "Che la festa cominci" di Niccolò Ammaniti, Ed. Einaudi
Domenica, 25 Ottobre 2009

L'irregolare rimbalzo del pallone conferisce al rugby un aspetto anarchico. Non si sa mai di preciso cosa accadrà dopo. La palla tonda del calcio, per esempio, ha un che di inevitabile nel modo in cui rotola, riducendo così le variabili legate alla sfortuna e all'imprevedibilità del gioco. Ma nel rugby nessun movimento è precisamente lo stesso a causa della testardaggine della palla, che sgambetta e ruota come un piccolo terrier che fa le capriole. È una caparbietà che rispecchia la caparbietà dell'esistenza.
Da "L'arte del rugby" di Spiro Zavos, Ed. Einaudi
Domenica, 30 Agosto 2009

 – Commissario, occorre essere parsimoniosi con il proprio disprezzo, a causa del gran numero di persone che lo meritano. E non sono io a dirlo.
 – Chi lo dice?
 – Chateaubriand.
 – Ancora... Ma che cosa le ha fatto?
 – Sicuramente del male. Ma sorvoliamo.(...)

...

  – (...) Quindi ho bisogno di lei, di lei lucido. Anche lo stomaco, lucido. Importantissimo, lo stomaco. Non è detto che un buono stomaco sia sufficiente per pensare bene. Ma di certo un cattivo stomaco è sufficiente per distruggerti le idee.

Da "L'uomo dei cerchi azzurri" di Fred Vargas, Ed. Einaudi
Domenica, 19 Luglio 2009

Sarti Antonio, raggomitolato sul lettino di Rosas, in via Santa Caterina, aspetta un caffè che tarda ad arrivare. Rosas, miope come una talpa e svegliato da poco, vaga da un angolo all'altro della cucina trascinandosi dietro le scarpe indossate a ciabatta. È domenica e la gente bene esce di casa per andare a messa. Dalle finestre aperte sotto il porticato, entra il fresco della mattina e il rumore di una passeggiata tranquilla verso la chiesa, in fondo alla via, in angolo con Saragozza.
Nella tana, i due, ingrugniti, bevono un caffè che non sa di molto e Rosas, finalmente, inforca gli occhiali per mettere a fuoco i dintorni.
– Sei tu –. Niente altro per il tempo che serve a vuotare le tazzine.
– Un caffè come questo l'ho bevuto dodici anni fa e non l'ho più dimenticato. Vorrei passassero altri dodici anni. Come ci sei riuscito? – Rosas non raccoglie e, a dimostrazione che a lui il caffè piace, versa nella sua tazzina ciò che è rimasto nella macchinetta, rimescola senza aver zuccherato, lecca il cucchiaino, che non si perda una goccia di caffè e assapora con gioia. – Buono. Ne vuoi ancora?

Da "Sarti Antonio: caccia tragica" di Loriano Macchiavelli, Ed. Einaudi
Lunedì, 23 Marzo 2009

Una decina di minuti dopo sentii un'automobile arrancare nella pioggia. Andai ad aprire la porta. La pioggia era come una tenda di perle d'acciaio tutt'attorno alla veranda. Percuoteva il terreno col rumore di un diluvio di cuscinetti a sfera. Un vento cosí freddo non si era sentito dall'autunno precedente.

...

– Gli M&M'S verdi non dovrebbero avere brutti effetti? – chiese Leonard. – Ti ho sempre sentito dire che a quelli verdi bisogna stare attenti.
– Ho sentito dire che in ditta c'è un tizio che si fa le seghe nel ripieno degli M&M'S verdi.
– No, – disse Leonard. – Quella è la maionese di McDonald's, o del Burger King, o di uno di quei posti lì. E il colpevole dovrebbe essere un nero. I musi bianchi si cagano sotto perché i clienti neri sanno tutto. È una roba tipo cospirazione. I neri, mica la pigliano la maionese. I musi bianchi, invece, non sono informati tutti quanti, e cosí qualcuno se la mangia. Ah, e quel nero ha l'Aids.
– Non mi racconti stronzate?
– Niente stronzate. Non è mostruoso? Un negro con l'Aids che sborra nella maionese dei poveri bianchi?
– Un negro frocio, ovviamente?
– E come no. Ed è pure brutto.

Da "Mucho mojo" di Joe R. Lansdale, Ed. Einaudi
Lunedì, 29 Dicembre 2008

# ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER #

Arrivò una macchina e lui uscí per servirla. Presi il rotolo dei soldi e tornai alla betoniera. Era ridotta male e molto rovinata, come le mani di mio padre, era una parte della sua vita, cosí stranamente antica, come se fosse venuta da un paese lontano, da Torricella Peligna. L'abbracciai e la baciai, e piansi per mio padre e tutti i padri, e anche per i figli, perché eravamo vivi in quell'epoca, per me stesso, perché sarei dovuto andare subito in California, e non avevo scelta, dovevo farcela.


Da "1933. Un anno terribile" di John Fante, Ed. Einaudi
Giovedì, 11 Dicembre 2008

La porta è rimasta socchiusa e cigola come ogni porta misteriosa che si rispetti, e all'interno del graticcio niente d'interessante tranne un po' di paglia in un angolo, quasi a formare un giaciglio, una pila di libri accanto alla paglia, due mitra poggiati alla parete di fronte all'ingresso e un cadavere.
...
Questa gente sa tutto di tutto: dalla cucina alla poesia, dalla politica alla letteratura, dalla marina all'ecologia, dalla pesca a strascico alla sociologia... A sentirli per mezz' ora ti rendi conto che la società ha perduto molto quando ha deciso di non prenderli in considerazione, poiché essi hanno la verità in tasca e la dispensano, ed è giusto, gratuitamente a chi abbia la bontà di ascoltarli un attimo.

Da "Sarti Antonio: un diavolo per capello" di Loriano Macchiavelli, Ed. Einaudi
Venerdì, 01 Agosto 2008

E poi i cani. Ce n'erano tanti a Lancimago, messi a guardia delle case e delle aie, compagni di caccia per gli adulti o di giochi per i bambini. Era normale che i galli cantassero, a quell'ora; non lo era, invece, che i cani fossero già tutti svegli, e agitati.
Mentre gli uomini dormivano, si muovevano senza pace in circoli sghembi e ossessivi, in un tentennare fobico di scatti e rinculi, come se non riconoscessero gli odori della notte a cui erano abituati da sempre. Legati nei cortili, accovacciati sui pavimenti delle rimesse o al riparo delle cucce, da ore uggiolavano terrorizzati rivolti ai fantasmi del buio e alla Luna, neanche questa fosse il volto di un nemico comparso a minacciarli dal cielo. Avevano i musi tesi, le code basse tra le zampe, gli occhi dilatati intenti a scandagliare una realtà che, anche se piano piano prendeva forma nella luce dell'alba, per loro doveva contenere qualcosa di alieno e di minaccioso.
E quando il primo spicchio di sole apparve all'orizzonte, iniziarono, tutti, a ululare e ad abbaiare.
Senza tregua.
Il coro di latrati sovrastò e poi zittí il canto dei galli, e per un po' fu l'unico rumore a scuotere la campagna. Poi le finestre si aprirono, e voci irate ordinarono ai cani di smetterla, di fare silenzio.
Ma solo per accorgersi che quelle grida di paura e di allarme erano tante, troppe per essere fermate.
Da "Quell'estate di sangue e di luna" di Eraldo Baldini e Alessandro Fabbri, Ed. Einaudi
Mercoledì, 23 Luglio 2008

Mi ricordo che da ragazzino stavo sdraiato guardavo il cielo.
Una volta c'era una nuvola che assomigliava a una gondola e poi a Truciolo, il ballerino (che è morto, e che faceva un programma con Eather Parisi), e poi a tantissime strisce di carta o a delle stelle filanti bianche che sparivano nel cielo.
Allora io delle nuvole ne guardavo delle altre.
La più bella canzone di Eather Parisi, faceva
Ti rockerò,
ti shockerò,
sarò la tua pupa rock,
Oh oh oh oh oh,
io con te sarò carina.
Quando guardi troppo il cielo, e cerchi di capire cosa in quel momento stanno diventando le nuvole, può darsi che impazzisci.
Ti sembra, cioè, di cadere dentro il cielo
...
A Puerto Plata, c'è un odore fortissimo di cibo di piante di fogna di motore che ti assale. Di tutto. C'è l'odore dei corpi che il caldo confonde, la strada che ti porta verso Puerto Plata, fuori dall'aeroporto.
Sulla strada accidentata buche e rilievi il caldo tropicale motorini che ti sorpassano a decine scassati automobili americane dissestate merenguecolori. Questo è quello che vedo dai finestrini scuri del furgoncino del residence, l'autista continua a voltarsi mi dice italiani simpatici ed entriamo nel centro di Puerto Plata.
Il centro di Puerto Plata è un ingorgo di fumo che non finisce di essere pieno di bambini cartoni sacchi della spazzatura fighe cartelloni con la pubblicità del sapone che lascia le mani pulite belle.
Cosí facciamo una stradina accidentata e vedo degli uomini in divisa con il fucile in mano.
Sono i sereni, mi spiegano.
Dopo arrivo al residence, incontro una signora di Gallarate grassa simpatica è la proprietaria del residence che mi accompagna mi fa vedere la mia stanza.
Sui muri ci sono poster di spiagge con fighe in topless pappagalli e non so perché immediatamente mi addormento mentre sento il in sottofondo la musica di qua il merengue io mi addormento pensando a tutto quello che c'è di bello nella mia patria ideale, la Svizzera.
Da "Puerto Plata market" di Aldo Nove, Ed. Einaudi
Giovedì, 27 Marzo 2008

– Ero fuori con un tipo che era venuto al drive-in con me, – disse Cory. – Stavamo cercando da mangiare. E sapete cosa successe? Lui si chinò e un piccolo dinosauro gli piantò il cazzo tra le chiappe, rompendogli i pantaloni, e mentre lo inculava gli staccò la testa con un morso. Ci fu sangue dappertutto, e se questo non fosse abbastanza schifoso, il dinosauro cominciò a saltare in giro spruzzando sperma dappertutto. Io mi beccai  uno schizzo sui capelli. Capii che ero il prossimo sulla lista delle inculate con morso in testa, e scappai su un albero. E che io sia dannato se quel bastardo non mi seguì. Continuai a salire fin quasi alla cima dell'albero, dove il tronco era sottile e cominciava a curvarsi sotto il mio peso. Pensai: «Qui si tratta di saltare o di essere inculato e mangiato», anche se non riuscivo a immaginare come potesse riuscirci stando in equilibrio su un ramo. In quel momento il dinosauro perse l'equilibrio e cadde. Quando scesi dall'albero giaceva morto in una pozza di sangue e merda. Tagliai una grossa porzione di carne dal suo cadavere e me la portai a casa. Avrei trascinato a casa anche il corpo del mio amico, senonché qualcuno l'aveva già portato via. Ditemi se questo non è strano.
...
Sapete come funziona questo mondo, questa dimensione, questo luogo, chiamatelo come vi pare. Un giorno il sole sorge da una parte, il giorno dopo dall'altra. E lo stesso vale per la luna e le stelle, che si muovono come lucciole.
Sono tutte cose alle quali avremmo dovuto pensare prima, lo so. Ma come tutti gli stupidi, avevamo preferito mettere il destino nelle mani di una sola persona, uno che sembrava «conoscere le risposte». Fu solo lì in mezzo all'oceano, resi un po' pazzi da quella calma piatta, mentre il cibo finiva lentamente e non riuscivamo a pescare nulla, che ci divenne chiara la verità: Noè non distingueva neppure il suo cazzo da un bruco.
Adesso viene una parte che mi vergogno un po' a raccontare, ma solo un po'. Un giorno, quando la nostra sopportazione era arrivata al limite, andammo a tirare fuori Noè dalla sua cabina, gli tagliammo le orecchie, il naso, il cazzo e le palle e lo issammo sull'albero maestro.
Ci mise molto a morire. Sanguinava, gridava e bestemmiava, agitando le mani e i piedi legati, mentre grandi uccelli bianchi gli beccavano gli occhi e gli strappavano pezzi di carne. Anche gli insetti fecero la loro parte.
Era una cosa orribile. Tutta quella buona carne sprecata.
Così una notte lo tirammo giù, lo finimmo con una botta in testa, lo cucinammo e ce lo mangiammo. Era buono. E usammo il suo stesso grasso (quel poco che gli restava, dopo giorni appeso all'albero) per riempire le lampade che ci facevano luce mentre lo mangiavamo. C'è una certa ironia in questo, o se non è ironia è comunque una stranezza, essere mangiati alla luce del proprio grasso.
Da "La notte del drive-in 3" di Joe R. Lansdale, Ed. Einaudi
Martedì, 19 Febbraio 2008

Ci avviammo di nuovo verso casa, con Stupido fra noi che camminava tra due file di cani che abbaiavano. Sapevo bene perché volevo tenere quel cane. Era indecentemente chiaro, ma non potevo certo dirlo al ragazzo. Ne sarei stato imbarazzato. Ma a me stesso lo potevo confessare. Ero stanco di sconfitte e fallimenti. Ero affamato di vittoria. Avevo cinquantacinque anni e di vittorie all'orizzonte non ce n'erano, tanto meno battaglie. Anche ai miei nemici era passata la voglia di combattere. Stupido rappresentava la vittoria, i libri che non avevo scritto, i luoghi che non avevo visto, la Maserati che non avevo mai avuto, le donne che desideravo, Danielle Darrieux, Gina Lollobrigida e Nadia Grey. Era il trionfo su tutti gli incapaci che avevano squarciato le mie sceneggiature tanto da farne zampillare il sangue. Era il sogno di una grande progenie, di figli dotati di un brillante intelletto iscritti a università famose, studenti con ricchi doni per il mondo. Come il mio amato Rocco, avrebbe alleviato il dolore e i lividi dei miei giorni interminabili, la povertà della mia infanzia, la disperazione della mia giovinezza, la desolazione del mio futuro.
Era un cane, non un uomo, un animale, ma col tempo sarebbe diventato mio amico, e mi avrebbe riempito la testa di orgoglio, divertimento e sciocchezze. Era più vicino a Dio di quanto io non sarei mai stato, non sapeva leggere né scrivere, ma andava bene anche così. Era un disadattato, e io ero un disadattato. Io avevo combattuto e avevo perso, lui avrebbe combattuto e vinto. Gli altezzosi alani, gli orgogliosi pastori tedeschi, li avrebbe pestati a sangue, tutti, e se li sarebbe pure scopati, e io avrei avuto le mie rivincite.
Da "A ovest di Roma" di John Fante, Ed. Einaudi
Venerdì, 18 Gennaio 2008

La bicicletta, con il suo doppio carico, acquista rapidamente velocità lungo la discesa e i nuovi colpi di doppietta finiscono con il lacerare solamente l'aria di quella notte d'estate.
Sarti Antonio, sergente, comicia a diventare pallido: – Adesso puoi rallentare. Siamo fuori tiro. Rallenta.
Rosas non lo ascolta.
A Sarti Antonio viene un dubbio. Chiede con la voce strozzata e mentre il vento della velocità gli entra in bocca, negli occhi: – Non dirmi che questo catorcio non ha i freni. Non dirmelo.
Rosas non gli risponde. Poi: – Se devo essere sincero, non lo so. La bicicletta non è mia e non mi è mai capitato di dover frenare. Sai cosa c'è?
– Cosa c'è? Ma cerca di fare in fretta o ci fermeremo contro un muro.
– C'è che non mi decido a frenare. Se poi scopro che i freni non funzionano come la mettiamo?
Da "Passato, presente e chissà" di Loriano Macchiavelli, Ed. Einaudi
Domenica, 02 Dicembre 2007

– Pierre, in giardino c'è qualcosa che non va, – disse Sophia.
Aprí la finestra e scrutò quel lotto di terra di cui conosceva ogni filo d'erba. Ciò che vedeva le faceva venire la pelle d'oca.
A colazione Pierre leggeva il giornale. Per questo forse Sophia guardava cosí spesso dalla finestra. Vedere che tempo fa... È una cosa che facciamo sovente quando ci alziamo. E ogni volta che il tempo era brutto lei, manco a dirlo, pensava alla Grecia. A lungo andare quelle contemplazioni immobili si riempivano di una nostalgia  che certe mattine si dilatava fino al risentimento. Poi passava. Ma quella mattina in giardino c'era qualcosa di strano.
– Pierre, c'è un albero in giardino.
...
– Caro mio, «l'indagine dei parossismi costringe a confrontarsi con l'essenziale, solitamente nascosto», – disse Lucien senza alzare gli occhi e seguendo col dito una colonna dell'elenco.
Da "Chi è morto alzi la mano" di Fred Vargas, Ed. Einaudi
Sabato, 25 Agosto 2007

Non c'era speranza che potessi calarmi nella parte: un vegetariano e convinto attivista per i diritti animali pagato per aggirarsi di soppiatto alla ricerca di topi da uccidere in un capanno grande quanto un hangar e stipato di polli sporchi e terrorizzati che chiocciano.
La mia arma era l'ultimo ritrovato (per il 1980), in fatto di guerra biologica: un martello. Come mai avrei potuto catturare un topo, per non parlare di ucciderlo? Ero almeno venti chili soprappeso e non avevo riserve di energia di alcun tipo. La mia unica speranza era che un roditore vecchio e artritico mi si facesse incontro claudicando chiedendomi di porre fine alle sue pene. I topi suicidi con un buon controllo dell'inglese erano però una presenza molto scarsa sul territorio.
Dopo circa quindici minuti ne ebbi abbastanza. Mollai il martello e uscii sotto la pioggia autunnale. Il capo gridò verso di me mentre arrancavo tra i campi: «Qual'è il problema? I polli o cosa?» Non mi preoccupai nemmeno di capire se era sua intenzione cercare di essere divertente.
Buff Orpington
Da "Cento lavori orrendi" a cura di Dan Kieran, Ed. Einaudi
Mercoledì, 22 Agosto 2007

Non ho finito di scrivere che ho Laveuglant al telefono. Faccio rapporto, bisogna chiamare le cose con il loro nome. E meno male che Ben era al cesso, era già abbastanza difficile fargli mandar giù il mio generoso sponsor che investiva nel cinema, per fortuna gli intellettuali finiscono sempre per digerire le cose che fanno loro comodo.
Da "Il caso N'Gustro" di Jean-Patrick Manchette, Ed. Einaudi