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sabato 26 dicembre 2020

 Sabato, 26 Dicembre 2020


Degli uomini ci si può approfittare a volontà, ma con le donne non bisogna tirare troppo la corda. Perché la donna, in fondo al cuore, desidera sempre dire la verità. Quanti mariti ingannano la moglie portandosi il segreto nella tomba? Quante mogli ingannano il marito e poi gli rovinano la vita sbattendogli in faccia la verità? E lo fanno perché qualcuno ha tirato troppo la corda. Seguendo un impulso improvviso (del quale si pentiranno, bien entendu), dimenticano ogni prudenza e si ribellano, proclamano la verità concedendosi un grande sollievo momentaneo. 
Da "L'assassinio di Roger Ackroyd" di Agatha Christie, Ed. Mondadori

giovedì 26 dicembre 2019

Giovedì, 12 Maggio 2011

«Caffè di moka o con la cialda?» chiese l'ispettore.
«Come ti viene meglio.»
«Leggo ogni tanto i gialli di un bolognese» disse Gherardini mentre preparava il caffè, «c'è un questurino che la mena sempre con il caffè. Dice che come fa il caffè lui non lo fa nessuno. Si vede che noi forestali siamo diversi. Sentirai che con la cialda viene buono senza tante balle.»
«Mia madre metteva la polvere direttamente nell'acqua bollente. Quando c'era il caffè. Di acqua» e Adùmas sogghignò «ce n'era sempre tanta. Anche troppa. È il caffè che mancava. Adesso vedo le signore al bar che vogliono il caffè d'orzo. E lo pagano anche. Quello, l'orzo, non ci mancava»

Da "Malastagione" di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, Ed. Mondadori
Domenica, 17 Aprile 2011

«Ma poi sbavano a litri, bagnano dappertutto, e tutto quel che non riescono a bagnare, lo staccano a morsi».
«Vero anche questo.» La gatta ridacchiò, e la babbuina, rilassandosi, cominciò a cercare nella memoria un aneddoto infamante sui cani. Il collie, il pastore tedesco, l'incrocio di spaniel che sosteneva di aver mandato via: erano tutti suoi amici cari, nonché clienti fedeli, ma che male c'era a fingere il contrario e superare il sottile confine tra il leccarsi il culo e leccarlo agli altri?

Da "Bestiole e bestiacce" di David Sedaris, Ed. Mondadori
Domenica, 13 Marzo 2011

Quei tizi mangiavano come una donna che sta preparando un baule: non è questione di quante cose ci stiano dentro, ma di quante lei voglia farcene stare.

...

Il treno volava come un gabbiano attraverso il New Jersey in un assolato venerdì mattina, da qualche parte intorno a Philadelphia. Entro un'ora circa saremmo passati sotto il tunnel dell'Hudson. Ero di nuovo appoggiato alla parete dello scompartimento nel vagone-letto, Constance era su una sedia, e Wolfe e Bérin erano seduti al finestrino con delle birre davanti. Wolfe aveva un'aria decisamente trasandata, dato che non avrebbe ovviamente mai cercato di radersi in treno, anche se non fosse stato fasciato, ma sapeva che quella cosa avrebbe smesso di muoversi entro un'ora e il suo volto riluceva dell'alba della speranza.

Da "Alta cucina" di Rex Stout, Ed. Mondadori
Martedì, 25 Gennaio 2011

Il mondo ha una logica traballante come la camminata di un ubriaco.

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Barricati dietro le nuvole, gli angeli caduti resistevano all'attacco. Ma una nuvola non è certamente un ostacolo insormontabile. Dall'alto la si buca con uno sputo. Il fenomeno è più conosciuto come pioggia.
La difesa fu strenua; quando il nemico stava per aver ragione delle risibili barriere, gli angeli superstiti ricorsero agli estremi rimedi (i migliori). Si strapparono le ali e le frapposero fra la propria incolumità e gli assalitori.
Fu un estremo sacrificio: per difendere la posizione gli angeli caduti si preclusero la possibilità di librarsi nuovamente.
Anche le ali non furono sufficienti a frenare l'impatto delle pallottole.
Peccato. Erano ali molto belle, così non ne fanno più.
L'ultimo attacco e il fuoco a volontà divenne l'epitaffio degli strenui difensori di un fazzoletto di terra.
Un fazzoletto sporco. Sporco di terra.
Crivellati dai proiettili, gli angeli caduti, furono spediti all'Inferno.
È così che è andata. Non credete a tutte le altre storie.

...

I ricordi sono bugie che diciamo a noi stessi.

...

Mi piace il bar,
è un luogo di profeti
un poco malandati
con del cinismo e delle ingenuità.
Mi piace il bar,
è il posto in cui per ore,
sa fai il cane in calore,
qualcosa prima o poi succederà.
Mi piace il bar,
è un centro di bugie,
non sono solo mie,
e tutte insieme fanno verità.
Mi piace il bar,
i piccoli problemi
diventano i più estremi
e quelli grossi restano un po' in là.
Mi piace il bar,
ma quando i deficienti
si sentono importanti
e irrompono nella comunità,
io cambio bar.

...

Non so chi me lo faccia fare di ingolfarmi di birra e di sigari toscani. Non lo so. È per questo che lo faccio: per scoprirlo.

Da "L'assenza dell'assenzio" di Andrea G. Pinketts, Ed. Mondadori
Venerdì, 30 Luglio 2010

Il silenzio diventa lungo e vasto. Io mi metto a parlare, debbo parlare. Mi rivolgo al morto e gli dico: «Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un'altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un'idea, una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora pensai alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto, e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come noi per le nostre, e che abbiamo lo stesso terrore, e la stessa morte e lo stesso patire... Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello, come Kat, come Alberto. Prenditi venti anni della mia vita, compagno, e alzati; prendine di più, perché io non so che cosa ne potrò mai fare».
Da "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque, Ed. Mondadori
Martedì, 08 Dicembre 2009

Il maggior problema, ossia uno dei maggiori problemi (ce ne sono tanti) che l'idea di governo fa sorgere è questo: chi è giusto che governi? O meglio, chi è così bravo da indurre la gente a farsi governare da lui?
A ben analizzare, si vedrà che: a) chi più di ogni altra cosa desidera governare la gente è, proprio per questo motivo, il meno adatto a governarla; b)di conseguenza, a chiunque riesca di farsi eleggere Presidente dovrebbe essere proibito di svolgere le funzioni proprie della sua carica, per cui: c) la gente e il suo bisogno di essere governata sono una gran rogna.
Così, i vari Presidenti galattici che si sono succeduti al potere hanno assaporato con tanto gusto le gioie della poltrona, da non accorgersi che non erano veramente loro a comandare. Qualcuno nell'ombra governava al posto loro.
Ma chi può mai governare, se a chi desidera farlo non è permesso di farlo?

...

Esitante, Arthur raccolse uno dei frutti che somigliavano a pere.
— Questo mi ricorda la storia del giardino dell'Eden — disse Ford.
— Eh?
— Il giardino dell'Eden, quello con l'albero e la mela e quelli che danno un morso alla mela. L'hai presente?
— Sì, certo.
— Be', c'è questo Dio, il vostro Dio, che piazza un melo in mezzo al giardino e dice: “Ragazzi, fate quello che volete, ma non mangiate le mele”. Caso straordinario, loro addentano una mela, ed ecco che lui salta fuori da dietro un cespuglio gridando: “Vi ho beccati, vi ho beccati!”. Non avrebbe fatto molta differenza se non avessero mangiato la mela.
— Perché no?
— Perché quando hai a che fare con quel tipo di dei, in trappola ci cadi sempre. Sai che cosa avrebbe detto se non l'avessero mangiata?
— No. Che cosa?
— “Ma per Dio, ragazzi... cioè per me... non potevate prendere un morso dall'albero della conoscenza? Adesso sono costretto a cacciarvi perché non sopporto di stare con due ignoranti, io che so tutto”.
— Tu credi?
— Io credo. Ma tu pensa a mangiare.
— Mi ricordi il serpente.
— Mangia, che dev'essere buono.
— Mi sembri sempre di più il serpente.
Arthur addentò la presunta pera.

Da "Ristorante al termine dell'Universo" di Douglas Adams, Ed. Mondadori
Domenica, 30 Agosto 2009

Macchinalmente l'ispettore si mise una mano in tasca e ne trasse il portasigarette. Era vuoto.
«Andate pure, vi raggiungerò subito» disse ai compagni.
«Avrò bisogno di fumare, se vorrò riflettere bene. È un affare molto difficile e molto strano... Chi indossava il kimono scarlatto? E dov'è ora, questo benedetto kimono? Mi piacerebbe saperlo.»
L'investigatore si affrettò a raggiungere il suo scompartimento. Sapeva di avere altre sigarette in una delle sue valigie; la trasse giù, l'aprì, e rimase per un momento sbalordito, come se non credesse ai propri occhi. Ben piegato, su tutti gli altri indumenti, c'era un leggero kimono di seta scarlatta; vi spiccavano, ricamati, dei draghi.
«Ah, così?» mormorò tra sé. «Una sfida? Benissimo, l'accetto.»

Da "Assasinio sull'Orient-Express" di Agatha Christie, Ed. Mondadori
Mercoledì, 24 Giugno 2009

Sul volo per Raleigh a un certo punto starnutii, e la caramella per la gola che stavo succhiando mi schizzò fuori dalla bocca, rimbalzò sul tavolino chiuso e atterrò, me lo ricordo, sul grembo della donna che mi sedeva accanto, che dormiva con le braccia incrociate sul petto. Mi sorprese che la forza dell'impatto non la svegliasse – perché fu notevole – ma lei non fece altro che muovere leggermente le palpebre ed emettere un leggero sospiro, come quello di un neonato.
In circostanza normali avrei avuto tre possibilità, delle quali la prima era non fare nulla. A tempo debito la donna si sarebbe svegliata e avrebbe notato quello che sembrava un lucido bottoncino nuovo di zecca cucito sull'inguine dei jeans. L'aereo era piccolo, con file da un sedile solo nel corridoio A e da due nel corridoio B. Noi eravamo nel corridoio B, perciò qualora fosse partita alla ricerca di risposte, io sarei stato il primo della lista.  “È sua, questa?” mi avrebbe chiesto, e io le avrei guardato il grembo facendo lo gnorri.
“Questa cosa?”
L'opzione numero due era allungare un braccio e staccargliela dai pantaloni, mentre la tre era svegliarla e rigirare la frittata dicendo: “Mi spiace, ma credo che lei abbia qualcosa che mi appartiene”. A quel punto lei mi avrebbe restituito la caramella, forse addirittura scusandosi, indotta con l'inganno a pensare di averla non si sa come rubata.
Le circostanze in cui mi trovavo, tuttavia, non erano normali, in quanto prima che si addormentasse avevamo litigato. La conoscevo da un'ora soltanto, eppure percepivo il suo odio con la stessa intensità del getto d'aria fredda che mi soffiava in faccia, e questo dopo che lei aveva girato il beccuccio sopra la sua testa, un ultimo vaffanculo prima di sistemarsi per il riposino.
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Siccome non ho niente di meglio da fare che andare per negozi, puntualmente mi entusiasmo quando qualcuno vuole qualcosa di inaccessibile: un romanzo fuori catalogo, il rimpiazzo per una tazza da tè che si è rotta. Pensavo che trovare un altro scheletro sarebbe stato difficile, ma ne ho trovati altri due quello stesso pomeriggio: un maschio adulto e un neonato. Entrambi al mercatino delle pulci, venduti da un signore specializzato in quelle che lui definiva “cose non per tutti”.
Il bambino era allettante per via delle dimensioni – potevi impacchettarlo in una scatola da scarpe – ma alla fine ho optato per l'adulto, che ha trecento anni ed è tenuto insieme da un reticolo di fil di ferro. In mezzo alla fronte c'è una specie di serratura, e togliendo il perno puoi aprire il teschio e rovistarci dentro, oppure nasconderci delle cose, tipo droghe o piccoli gioielli. Non è esattamente l'idea di aldilà in cui uno spererebbe (“Vorrei tanto che la mia testa fosse usata come nascondiglio per il fumo”), ma non mi sono lasciato smontare. Ho comprato lo scheletro un po' come compro qualsiasi altra cosa. Per me erano solo pezzi disposti in un certo modo, non diversi da una lampada o da una cassettiera.
Non l'ho mai pensato come una persona defunta, almeno fino al giorno di Natale, quando Hugh ha aperto la bara di cartone. «Se non ti piace il colore possiamo sbiancarlo» gli ho detto «Oppure lo cambiamo col neonato».
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Se il primo passo per smettere era deciderlo, il secondo era riempire il vuoto che si sarebbe creato. Detestavo l'idea di lasciare un buco nel mondo dei fumatori, e così ho reclutato qualcuno che prendesse il mio posto. Me ne sono sentito dire di tutti i colori, ma sono convinto che quella ragazzina avrebbe cominciato comunque, specie se al posto dell'istituto tecnico avesse scelto l'esercito.

Da "Quando siete inghiottiti dalle fiamme" di David Sedaris, Ed. Mondadori
Domenica, 24 Agosto 2008

Dopo mezz'ora di freddure, a riprova del grande freddo che stavamo vivendo, la conversazione si scaldò, grazie al vino. Il Corvo di Salaparuta beccava impazzito frammenti di vite.
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Due. Tre sarà anche il numero perfetto, ma per certe cose due è meglio. In tre è difficile mettersi d'accordo. Tra i due litiganti il terzo gode, ma il suo è autoerotismo.
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Diciotto volte. Non sono uno scherzo. Una volta passi, due volte vuol dire essere recidivi. Tre volte è già un'abitudine. Quattro volte un abbonamento. Ma diciotto... diciotto volte che vedi la Madonna... non ti sembra più nemmeno straordinario. Bernadette vide la Madonna diciotto volte e la Signora alla sua prima apparizione non le disse: "Credo che oggi noi inauguriamo una bella amicizia", come fa Claude Rains a Bogart in Casablanca (scusate la citazione ma Casablanca l'ho visto diciotto volte, per l'appunto).
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Tornai in cucina per aggiungere un tiro di grappa al caffè. Mia nonna, spettrale nella sua fisicità, mi aveva prevenuto.
«Cazzo nonna, ciucci grappa di primo mattino?»
«Non ho digerito» si giustificò l'ava in camicia da notte.
Inutile negarlo: avevo preso da lei.
«Come va con la Madona?» mi chiese filtrando la Nardini con aria mondana.
«Siamo in crisi».
Mia nonna avrebbe voluto rendersi utile ma era conscia, da quasi novantenne qual era, che tutto l'aiuto possibile me l'aveva già dato trasmettendomi i geni di un'immortalità spavalda da contrapporsi a un paradiso irraggiungibile.
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«Devi pisciare?» s'informò.
«No, voglio accertarmi come mai in certi momenti mi sento un arido figlio di puttana.»
«Non preoccuparti, è il tempo. Anch'io mi sento svuotato. In giornate come questa ho la senzazione di avere le mutande zuppe di albume.»
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Del Bianco non mi ascoltava, stava combattendo con qualcosa di più aggressivo di me, lottava con lo scudo della propria dignità offesa contro le frecce avvelenate della sua consapevolezza di essere un duce di paese avanti con l'età. Troppo avanti per tirarsi indietro. Mi accorsi che uno dei vecchi, fingendo di aiutarlo, cercò di sfilargli il portafoglio.
«Non si fa» rimproverai il tipo. Finse di cascare dalle nuvole. Si sarebbe rotto il culo precipitando da quell'altezza.
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 È questo il problema. Le migliori intenzioni non reggono il tempo. Sono fatte di yogurt, bisognerebbe scriverci sopra la data di scadenza. Sono frutti orgogliosi che quando li addenti sono già marciti.
Lo spazio temporale che intercorre tra le migliori intenzioni e la loro applicazione è troppo breve perchè i risultati corrispondano alle aspettative.
Meglio allora le cattive intenzioni. Di solito vanno a buon fine. Nel senso che se è vero che «ognuno distrugge ciò che ama» non sempre gli riesce di distruggere ciò che odia.
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Sono andato al bar. È una cosa da evitare se non hai smaltito la bevuta del giorno prima. L'alcool in circolo ne reclama dell'altro per non sentirsi solo. Onde evitare la figura dell'ubriacone mi sono orientato su un'ordinazione ipocrita: caffè corretto. Il barista è sempre l'unico a sapere, oltre a te, quanta grappa ci ha messo.
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Domanda futile. La risposta comincia con «se...». E quando una risposta comincia così tanto vale, in alternativa, iscriversi a un corso di flamenco. Qualcosa di altrettanto inutile ma più ballabile.
Da "Il conto dell'ultima cena" di Andrea G. Pinketts, Ed. Mondadori
Domenica, 15 Giugno 2008

Rimpianse amaramente di non essere più avanti nella sua metamorfosi: si può dare solo ciò che si è già completamente assimilato.
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«In fondo, sei un borghese.»
«Ti prego, non usare parole che non vogliono dire niente.»
Da "Fuoco fatuo" di Pierre Drieu La Rochelle, Ed. Mondadori
Mercoledì, 11 Giugno 2008

È risaputo che parlare distrattamente può costare la vita, ma non sempre si valuta a fondo la vasta entità del problema. Per esempio, nel momento stesso in cui Arthur disse “Quanto al mio modo di vivere, sembra che non sia precisamente molto brillante” si aprì curiosamente un piccolo foro nella struttura dello spaziotempo, un foro attraverso il quale quelle parole furono trasportate indietro, molto indietro nel tempo, e lontano, molto lontano nello spazio, fino a una remota Galassia dove esseri strani e bellicosi erano sull'orlo di una spaventosa guerra interstellare. I due leader avversari si fronteggiavano per l'ultima volta al tavolo delle conferenze. Un orribile silenzio si diffuse intorno quando il comandante dei Vl'Hurg, tutto splendente nei suoi calzoncini da battaglia neri tempestati di gemme, fissò il comandante dei G'Gugvuntt, che gli stava davanti vestito di una nube di vapore verde dall'odore dolciastro, e, forte del suo milione di incrociatori stellari pronto a seminare la morte elettrica a un suo minimo comando, lo sfidò a ritirare quello che aveva detto su sua madre. Il comandante dei G'Gugvuntt si dimenò nel suo vapore nauseabondo, e proprio in quel momento le parole “quanto al mio modo di vivere, sembra che non sia precisamente molto brillante” si riversarono sul tavolo della conferenza. Purtroppo, nella lingua dei Vl'Hurg questo era il più abominevole insulto che si potesse concepire, e non restò altra alternativa che dare inizio a una terribile guerra (che durò secoli e secoli). Alla fine, però, dopo che nel giro di alcune migliaia di anni la loro Galassia fu decimata, i due popoli capirono che tutto era nato da un terribile qui pro quo, e unirono le loro flotte per sferrare un attacco congiunto alla nostra Galassia, ormai riconosciuta quale responsabile dell'intollerabile insulto. Per migliaia di anni ancora, le loro possenti navi attraversarono i vuoti deserti dello spazio, finché finalmente non approdarono sul primo pianeta in cui si imbatterono, che per caso era la Terra. E lì, a causa di un terribile errore di calcolo nella scala delle grandezze, l'intera flotta spaziale fu inghiottita da un cagnolino. Quelli che studiano la complessa interazione di cause ed effetti nella storia dell'Universo dicono che questo genere di cose succede continuamente, ma che noi siamo impossibilitati a impedirlo. — Così è la vita — dicono.
Da "Guida galattica per gli autostoppisti" di Douglas Adams, Ed. Mondadori
Sabato, 07 Giugno 2008

Se vi sentite male perché avete ecceduto nel consumo di alcolici, quello che ci vuole è un rimedio che comprenda una carta quantità di alcol.
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Pare che il primo a miscelare birra e champagne sia stato un barman del Brook's Club di Londra nel 1861, il quale era convinto che, per la morte del principe Alberto, ci si dovesse attendere una sbronza collettiva di proporzioni inusitate.
1/2 bicchiere di birra
1/2 bicchiere di champagne o spumante
Mescolate le bevande, entrambe ghiacciate, direttamente in un boccale da birra. Sorseggiate adagio, e godetevi la sensazione di ritornare in vita.
Da "Il metodo antisbronza" di Andrew Irving, Ed. Mondadori
Sabato, 22 Marzo 2008

«Ma che cosa siamo? Degli esseri umani? O degli animali? O dei selvaggi? Che cosa penseranno, i grandi? Non bastava andare in giro... e a caccia di maiali... e lasciar spegnere il fuoco! Ci voleva anche questa!»
Un'ombra minacciosa gli si piantò davanti.
«Tu sta' zitto, lumacone, grassone!»
Ci fu una breve colluttazione e si vide il bianco della conchiglia saettare in alto e in basso. Ralph balzò in piedi.
«Jack, Jack! La conchiglia non ce l'hai tu! Lascialo parlare.»
La faccia di Jack gli si mosse accanto.
«E sta' zitto anche tu! Chi sei tu, insomma? Stai lì seduto... a dar ordini alla gente. E a caccia non ci sai andare, cantare non sai...»
«Io sono il capo. Mi hanno scelto.»
«E che  importa se ti hanno scelto? Non fai che dar ordini senza senso...»
«La conchiglia ce l'ha Piggy.»
«Ma bene, favorisci Piggy come fai sempre...»
«Jack!»
Si sentì la voce di Jack ripetere, in tono di canzonatura:
«Jack! Jack!»
«Le leggi!» gridò Ralph «tu non rispetti le leggi!»
«A chi gliene importa?»
Ralph chiamò a raccolta tutte le sue facoltà.
«Ma le leggi sono l'unica cosa che abbiamo!»
Da "Il signore delle mosche" di William Golding, Ed. Mondadori
Domenica, 24 Febbraio 2008

A un tratto Clarisse McClellan disse:
«Mi permettete una domanda? Da quanto tempo lavorate agli incendi?»
«Da quando avevo vent'anni, dieci anni fa.»
«Non leggete mai qualcuno dei libri che bruciate?»
Lui si mise a ridere:
«Ma è contro la legge!»
«Oh, già, certo.»
...
«Ah» Beatty si sporse in avanti, nella nebbia fumosa esalata dalla pipa. «È la cosa più logicamente conseguente, che diamine! A misura che le scuole mettevano in circolazione un numero crescente di corridori, saltatori, calderai, malversatori, truffatori, aviatori e nuotatori, invece di professori, critici, dotti e artisti, naturalmente il termine “intellettuale” divenne la parolaccia che meritava di diventare. Si teme sempre ciò che non ci è familiare. Chi di noi non ha avuto in classe, da ragazzini, il solito primo della classe, il ragazzo dalla intelligenza superiore, che sapeva sempre rispondere alle domande più astruse mentre gli altri restavano seduti come tanti idoli di legno, odiandolo con tutta l'anima? Non era sempre questo ragazzino superiore che sceglievi per le scazzottature e i tormenti del doposcuola? Per forza! Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fattouguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l'arma. Castriamo la mente dell'uomo. Ci sa chi potrebbe essere il bersaglio dell'uomo istruito? Cosicché, quando le case cominciarono ad essere costruite a prova di fuoco, non c'è più stato bisogno di vigili del fuoco, dei pompieri, che spegnevano gli incendi coi loro getti d'acqua. Furono assegnati loro i nuovi compiti, li si designò custodi della nostra pace spirituale, il fulcro della nostra comprensibile e giustissima paura di apparire inferiori; censori, giudici, esecutori. Tu, Montag, sei tutto ciò, io sono tutto ciò.»
...
«Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l'albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualche cosa da ciò che era prima in qualcos'altro che porti poi la nostra impronta. La differenza tra l'uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita.»
Da "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury, Ed. Mondadori
Martedì, 12 Febbraio 2008

La signora Whitaker rovistava in giro per il negozio. Non avevano ancora venduto il cobra impagliato, osservò; era lí ormai da sei mesi a raccogliere polvere, con i suoi occhi vitrei che fissavano minacciosi le rastrelliere dei vestiti e i mobiletti pieni di porcellane sbeccate e giocattoli rosicchiati.
Mentre passava in rassegna la mercanzia in esposizione, la signora Whitaker si carezzava la testa. Raccolse un paio di romanzi di Mills & Boon da uno scaffale – Lei e la sua anima tempestosa e La donna dal cuore turbolento, uno scellino ciascuno – e si mise a studiare attentamente la bottiglia vuota di Mateus Rosé con tanto di paralume decorativo, prima di decidere di non avere proprio un posto dove poterla sistemare.
Spostò una pelliccia piuttosto consunta, che odorava sgradevolmente di naftalina. Sotto di essa c'era un bastone da passeggio e una copia piena di macchie di umidità della Storia e leggenda della Cavalleria di A.R. Hope Moncrieff, al prezzo di cinque pence. Vicino al libro, posto su un fianco, c'era il Santo Graal. Aveva un, minuscolo adesivo tondo attaccato alla base con scritto a pennarello il prezzo: trenta pence.
Da "Il cimitero senza lapidi e altre storie nere" di Neil Gaiman, Ed. Mondadori
Domenica, 10 Febbraio 2008

Si dice che l'anima resta e la carne muore. E lo si dice sottolineando l'importanza dell'anima rispetto alla carne. Che errore! Proprio perché muore la carne è più importante dell'anima. Di anime ce n'è un vagone di scorta. Ma di carne... Quando la carne è finita, in segno di nervosismo ti mangi le unghie. È la carne che è importante, l'anima la trovi anche al supermarket delle fedi: animismo, reincarnazione, ortodossi, mormoni, cattolici, calvinisti, ce n'è per tutti, e ciascuno di noi ha un solo inestimabile corpo e mille anime in accessorio. L'anima buona, l'anima candida, l'anima nera. Possiamo essere un giorno generosi e un giorno crudeli. Un giorno innamorati e un giorno carichi d'odio. È solo il corpo, la carne, che testimonia che siamo sempre noi, la stessa persona che cambia tutte queste anime, tutti questi atteggiamenti, come un vestito: l'anima casual, l'anima da sera.
...
«Non scherzi. La verità è femmina: truccata fa tutto un altro effetto.»
Da "Il dente del pregiudizio" di Andrea G. Pinketts, Ed. Mondadori
Domenica, 13 Gennaio 2008

Si dice che le canzoni migliori vengano dall'Inferno.
Il che, in generale, è vero. Il Paradiso, tuttavia, può montare le migliori coreografie.
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Se volete immaginare il futuro, pensate a un ragazzino e al suo cane. E a un'estate che non finisce mai.
Se volete immaginare il futuro, pensate a uno stivale... No, pensate a una scarpa da ginnastica, con i lacci che strisciano per terra, che scalcia i sassi; pensate a un bastoncino con cui curiosare in mezzo a qualcosa di misterioso, e da scagliare a un cane che potrebbe decidere di riportarlo indietro, oppure no; pensate a un fischio stonato, che storpia una sfortunata canzone popolare fino a farle perdere il senso; pensate una sagoma, in parte angelica, in parte diabolica, del tutto umana...
Da "Buona Apocalisse a tutti!" di Terry Pratchett e Neil Gaiman, Ed. Mondadori
Lunedì, 07 Maggio 2007

Sfoderai il mio bel pollice, sicuro che qualcuno come mio padre si sarebbe fermato, e invece fu una signora anziana con una massa di capelli inguainata in una cuffietta di plastica. Abbassò il finestrino e si mise a sbraitare come se ci conoscessimo da tutta la vita: «Cazzo, muovi quel culo e salta su!».
Indossava una divisa azzurra, l'indumento in dotazione alle cassiere di una catena di supermercati della zona. «Cos'hai, quattordici anni? Quindici? Io ho un nipote più o meno della tua età, e se mai lo beccassi a fare l'autostop gli darei tanti di quei calci in culo da farmi volare via la scarpa. Sei pazzo, a salire in macchina con degli sconosciuti? E se io avessi una pistola, o un coltello a serramanico? Non sapresti difenderti da un gatto domestico, e non dirmi di no perché quelli come te li conosco, mister furbacchione. Li conosco fin troppo bene. Cosa direbbe tua madre, se sapesse che fai queste cretinate? I tuoi dove sono?»
«I miei genitori?» Esitai un istante, rendendomi conto che non c'era una sola ragione al mondo per cui a quella donna dovessi dire la verità. Con tutta probabilità non mi avrebbe mai più rivisto in vita sua; e anche in caso contrario, non era detto che mi riconoscesse. Le dissi che mio padre stava partecipando a una conferenza di pace a Stoccolma, in Germania, e che mia madre, camionista, stava trasportando sulla West Coast un carico di... collant.
«Come no» rispose la donna spegnendo la sigaretta nel posacenere stracolmo «e io nel mio giardino allatto al seno cuccioli di cammello. Così, perché mi diverto. Vedi di dirmi dove abiti, Pinocchio, e le vaccate risparmiatele per qualcun altro.»
Si fermò davanti a casa mia proprio mentre mio padre usciva per venirmi a prendere. «Camionista un cazzo» disse lei. «Adesso tu entri nella tua bella casetta e ci resti, prima che qualcuno ti incida le sue iniziali nel cranio. Stavolta ti è andata bene, ma se ti ribecco col pollice fuori ti investo subito, così ti risparmio le sofferenze.»
Cominciai a fare l'autostop con regolarità.
...
Hobbs ebbe la stessa reazione. «Guarda chi c'è, Ringo. Tu ti chiami... Dennis, giusto?» Buttò la sigaretta accesa sull'erba e uscendo nella veranda mi disse: «Ti farei entrare, ma mia moglie è ancora lì che muore di cancro. È venuto anche a Clifford. Te lo ricordi, vero? Il ciccione che faceva da caposquadra. Adesso è su a Portland, con un tumore nel culo grosso come una pera Williams».
Dal momento che Clifford chiaramente non sarebbe tornato a breve, Hobbs si offrì di sistemarmi nel prefabbricato del caposquadra, che si trovava tra il fienile e la lunga fila di baracche di legno.
«Strana cosa, il cancro.» Si accese una sigaretta e rimase a fissare il fiammifero spento. Uno di quegli aerei che spruzzano i diserbanti ci passò sopra la testa, e Hobbs salutò il pilota con la mano. «Sissignore, un vero mistero.»
Da "Diario di un fumatore" di David Sedaris, Ed. Mondadori
Martedì, 23 Gennaio 2007

«È un'infamia» dichiarò Merceditas, a debita distanza dalle mani di Fermín. «Poverino, è buono come il pane e non fa del male a nessuno. Gli piace travestirsi ed esibirsi su un palcoscenico, e allora? La gente è proprio cattiva.»
Don Anacleto taceva e fissava il pavimento.
«Non cattiva» replicò Fermín. «Idiota. È ben diverso. La malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volontà e intelligenza. L'idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all'istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire in nome del bene e di avere sempre ragione. Si sente orgoglioso in quanto può rompere le palle, con licenza parlando, a tutti coloro che considera diversi, per il colore della pelle, perché hanno altre opinioni, perché parlano un'altra lingua, perché non sono nati nel suo paese o, come nel caso di don Federico, perchè non approva il loro modo di vestirsi. Nel mondo c'è bisogno di più gente cattiva e di meno rimbambiti.»
Da "L'ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafón, Ed. Mondadori 
(Grazie ad Angela per la segnalazione)